Strage di braccianti, l’inchiesta punta sui caporali

 

Gianmario Leone, FOGGIA, 08.08.2018, “Il Manifesto”

 

La raccolta degli schiavi. Il procuratore di Foggia: «Sono dovuto intervenire personalmente anche per trovare un posto in ospedale per i migranti feriti»

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Raccoglitore di pomodori

 ©  Emiliano Albensi

 

Al dramma dei sedici braccianti agricoli di origine africana morti nelle ultime 48 ore in provincia di Foggia in due distinti incidenti stradali, si aggiungono nel corso delle ore dettagli raccapriccianti. Come quello raccontato dal procuratore della Repubblica di Foggia, che ieri ha dichiarato come «questa povera gente ha avuto problemi anche per trovare posto in ospedale. Sono dovuto intervenire personalmente per far sì che venissero trovati posti sia a Foggia che in altri ospedali della provincia», ha detto sconfortato il procuratore Ludovico Vaccaro. «Io credo – ha aggiunto – che ci sia bisogno di interventi straordinari per risolvere una situazione divenuta oramai tragica, insostenibile. Non è possibile assistere ad uno scempio del genere, sulla pelle di povere persone che vengono qui con la speranza di poter migliorare le loro condizioni di vita».
Per far luce su tutti gli aspetti che gravitano intorno alle due stragi, la procura della Repubblica di Foggia ha aperto un’inchiesta sul caporalato: al momento al vaglio degli investigatori c’è la priorità di verificare se fossero nelle mani dei caporali i sedici braccianti agricoli, tutti immigrati, morti.

«Sono state avviate due distinte indagini – ha precisato Vaccaro ieri – una riguarda l’incidente stradale, per capire la dinamica e tutto ciò che può averlo causato, anche se c’è da dire che in entrambi i casi sono morti i due autisti dei pullmini sui quali erano stipati i poveri migranti».
Secondo le testimonianze raccolte subito dopo l’incidente sulla strada per Lesina, pare che il pulmino sul quale viaggiavano i migranti, registrato con targa bulgara, abbia improvvisamente invaso la corsia opposta: l’autista del tir contro cui si è schiantato il furgoncino, che ha terminato la sua corsa contro un muro di cinta, ha tentato in tutti i modi di schivare il mezzo senza riuscirci.

Per quanto riguarda invece l’incidente di sabato scorso sulla statale 105, avvenuto in prossimità di un incrocio, resta ancora da verificare se l’ipotesi che il tir che trasportava il carico di pomodori contro cui si è scontrato il furgone nel quale hanno perso la vita altri quattro braccianti, abbia effettivamente rispettato o meno il segnale di precedenza.

L’altra indagine è stata avviata invece sul reato di caporalato. «Stiamo cercando di individuare – ha aggiunto il procuratore – le aziende in cui hanno lavorato gli immigrati per verificare anche le eventuali condizioni disumane in cui lavoravano. Si stanno verificando gli orari, per vedere da che ora a che ora hanno lavorato, capire se c’è stato sfruttamento ed intermediazione».

Al momento infatti non sono stati ancora individuati i terreni, e i loro legittimi proprietari, sui quali hanno trascorso la loro ultima giornata di vita e di lavoro i migranti deceduti lunedì pomeriggio. Intanto sono state identificate alcune delle vittime dell’incidente stradale di lunedì: si tratta di migranti che avevano tutti un regolare permesso di soggiorno in Italia.

In attesa di ulteriori novità dalle indagini in corso, oggi a Foggia andrà in scena una lunga giornata di protesta, a partire dallo sciopero indetto per l’intera giornata lavorativa. I sindacati di categoria del settore agricolo e molte associazioni del terzo settore sfileranno nel pomeriggio in corteo per protestare contro la piaga del caporalato. «Basta a ogni forma di sfruttamento, di sotto salario. È il momento di abbandonare la pratica del caporalato che oramai rende i lavoratori succubi di una ‘normalità’ non più accettabile» fanno sapere i sindacati. «Quanto accaduto è la conseguenza di sfruttamento, illegalità, sotto salario, assenza di sicurezza, condizioni di lavoro e di trasporto estreme, con diverse modalità a secondo della debolezza dei lavoratori – italiani o stranieri – sono una realtà sempre più presente nell’indifferenza e acquiescenza generale».

Del resto i dati parlano chiaro: su 27mila aziende agricole a Foggia e in provincia, che assumono manodopera, solo 80 sono iscritte alla rete del lavoro agricolo di qualità, la cui cabina di regia è presso l’Inps. Migranti che vengono schiavizzati per appena 3,5 euro all’ora per 12 ore.
In mattinata invece si svolgerà la manifestazione indetta dall’Usb denominata ‘berretti rossi’, che partirà da uno dei luoghi simbolo del caporalato nella Capitanata: il gran ghetto di Rignano. Così chiamata in ricordo delle battaglie condotte decenni addietro, su quegli stessi campi, dal sindacalista della Cgil Giuseppe Di Vittorio in favore dei contadini pugliesi.

 

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«Venite nei campi a vedere i braccianti trattati come schiavi»

 

Carlo Lania, 08.08.2018, “Il Manifesto”

 

Intervista a Aboubakar Soumahoro. «Di Maio convochi le associazioni, i voucher legalizzano lo sfruttamento »

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Aboubakar Soumahoro

 

«Venite a vedere cosa succede nei campi, così vi renderete conto di quali sono le condizioni in cui lavorano i braccianti». Quando risponde al telefono Aboubakar Soumahoro è appena uscito dall’obitorio dove si trovano le salme dei braccianti morti nell’incidente di lunedì. «Adesso vado in ospedale a trovare i feriti dell’altro incidente, quello avvenuto sabato, due dei quali sono in rianimazione», spiega il sindacalista del Coordinamento lavoratori agricoli dell’Usb. Oggi i familiari dei 16 braccianti che hanno perso la vita e i loro compagni di lavoro nei campi parteciperanno alla marcia dei «berretti rossi» che dall’ex ghetto di Rignano attraverso i campi arriverà fino alla prefettura di Foggia.

Soumahoro sedici braccianti morti in meno di 48 ore, una strage.
Per noi sono morti sul lavoro e chiediamo che siano attivate tutte le procedure e tutti gli istituti competenti perché vengano accertate le condizioni in cui queste persone lavoravano. Stiamo parlando di braccianti che stavano rientrando dal luogo di lavoro dopo essersi svegliati alle tre del mattino. I padroni delle aziende agricole dovrebbero garantire il trasporto, ma si ritrovano con norme contrattuali che allontanano la possibilità per i braccianti di vedersi riconosciuto il diritto ad avere mezzi di trasporto adeguati che li trasferiscano da casa al campo di raccolta e viceversa. Alcuni contratti provinciali prevedono che i campi si trovino entro 40 chilometri, ma è chiaro che non è sempre così. Se chiediamo maggiori controlli è perché vogliamo che vengano contrattualizzati i braccianti e fatto in modo che i contratti vengo rispettati, altrimenti sono solo carta straccia. Ci sono persone che lavorano 12 ore al giorno e si ritrovano con una paga inferiore a quanto invece gli sarebbe dovuto. Braccianti che si spaccano la schiena e vengono pagati meno di quanto previsto dal contratto provinciale oppure che in un mese lavorano venti giorni ma si ritrovano solo tre giornate dichiarate. Questo significa che non avranno i requisiti per l’indennità di disoccupazione agricola pur avendone diritto. Occorre fare attenzione ed evitare generalizzazioni utili solo a coprire le responsabilità delle aziende. Io invito tutti a venire nei campi per vedere cosa sta succedendo.

Il premier Conte è venuto a Foggia insieme al ministro degli Interni Salvini e ha promesso maggiore dignità per il lavoro dei braccianti.
Parliamo di cose concrete: non è certo reintroducendo i voucher in agricoltura che si dà dignità ai braccianti. Non a caso nello sciopero che faremo domani (oggi, ndr) questo sarà uno dei temi principali, oltre a dire basta ai morti sul lavoro e allo sfruttamento. Il decreto dignità è uno forma di legalizzazione dello sfruttamento. Quando era vice presidente della camera Di Maio definì i voucher una forma di legalizazione della schiavitù. Se lo erano ieri, lo sono oggi più che mai. Chiediamo al ministro Di Maio di rispettare l’impegno preso con noi e di convocare il tavolo ministeriale con le associazioni dei padroni, noi come lavoratori, la grande distribuzione, il ministero delle Politiche agricole e gli enti locali per creare insieme una rete sull’intera filiera.

 

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APPELLO: IL CAPORALATO UCCIDE. L’INDIFFERENZA PURE.

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Aderiamo con convinzione all’appello promosso da Bruno Giordano, magistrato presso la corte di cassazione, e Marco Omizzolo, sociologo, che rilanciamo e invitiamo a firmare:

Ancora una strage di lavoratori, schiacciati non solo da lamiere accartocciate sulle strade italiane dopo aver raccolto pomodori per due euro l’ora ma dallo sfruttamento da parte di padroni, padrini e sfruttatori vari. Sono lavoratori uccisi dal bisogno, dalla disperazione, da un lavoro lasciato troppo spesso nelle mani del mercato criminale e dall’indifferenza. Ma anche dalle lacrime di coccodrillo di chi dopo ogni strage invoca controlli e (contro)riforme salvo riprecipitare nell’oblio dopo pochi giorni, per poi riparlarne alla strage successiva, dimenticando che nel nostro Paese vi è un morto sul lavoro ogni otto ore e due mila infortunati al giorno: quindi ogni giorno è strage. E ogni giorno aumenta la responsabilità di chi non vede, non sente, ma parla  quando si contano i morti. Solo nell’agricoltura sono 430 mila i lavoratori e le lavoratrici sfruttati, di cui 130 mila in condizioni paraschiavistiche. E poi c’è l’edilizia, i trasporti, i servizi etc.

Per questo non facciamo appello alle Istituzioni le quali conoscono i loro doveri e se non li adempiono ne risponderanno davanti a chi democraticamente li giudica e controlla. Vogliamo invece rivolgerci a uomini e donne di buona volontà che non vogliono chiudere gli occhi davanti a un prodotto sottocosto sul banco di un supermercato, dietro il quale c’è una filiera che inizia con il sangue di disperati, migranti e italiani. Chi produce, vende, compra, usa un tale prodotto è l’altro capo dello sfruttamento. E non può più rimanere indifferente.

Facciamo appello ad associazioni, sindacati, persone e organizzazioni che ogni giorno vivono e combattono la violazione di diritti umani, le mafie, il caporalato, la tratta e ne sopportano il peso, vedendo calare ogni anno l’indice di dignità e legalità, dunque di democrazia del Paese.

Non ci stancheremo di ripetere che lo sfruttamento del lavoro, il controllo del territorio e l’umiliazione della persona sono il terreno in cui nascono e crescono le mafie. Così come contro le mafie, non basta chiedere che tutte le istituzioni facciano la loro parte, ma è necessario che ciascuno di noi apra gli occhi e combatta collettivamente perché i diritti non vengano dopo i prezzi, le persone dopo i prodotti, gli interessi economici criminali e illegali prima del lavoro legale.

A questo appello, con idee e fatti,  si può aderire scrivendo a ilcaporalatouccide@gmail.com

Bruno Giordano, magistrato presso la corte di cassazione
Marco Omizzolo, sociologo